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IVANO FANINI commenta il Tour 2008.
Mi aspettavo che l’edizione di quest’anno del tour fosse quella della svolta ed invece niente. Anche nel 2008 è stato dimostrato definitivamente quanto sia esasperata la pratica doping nel ciclismo italiano e spagnolo. Non che il resto del mondo sia pulito, ma senz’altro in questi due paesi in particolare ha raggiunto livelli quasi paradossali, pur essendo i più controllati perché i più forti. D’altra parte la pesantezza e difficoltà dei percorsi, la lunghezza delle tappe e il loro numero troppo elevato, secondo me da sempre obbliga tutti i corridori partecipanti al Tour, al Giro, alla Vuelta ed in particolare coloro che riescono a finirlo, a aiutarsi con le medicine dopanti. I loro preparatori fanno il resto, nel senso che per farli sfuggire alla positività durante i controlli, fanno in modo che tutti si mantenghino sulla soglia dei limiti consentiti come per esempio il 50% di ematocrito ognuno con i propri metodi e strategie. Se dovessero squalificare coloro che lo tengono entro i limiti, allora andrebbero squalificati quasi tutti, perché quasi tutti usano l’epo per mantenere i limiti alti durante sforzi notevoli come in un grande Giro. Infatti secondo me non si vuole scoprire l’uso dell’epo anche per coloro che stanno dentro il 50 di ematocrito. La mia squadra ha fatto il Giro d’Italia 16 volte consecutive ed ha sempre vinto tappe e varie classifiche. Fino al ’98 anch’io chiudevo gli occhi, non mi ero fatto una cultura sul doping e i miei corridori facevano come tutti gli altri. Da quando ho cambiato strada, non ci hanno più invitato ma oggi non sarebbe per noi nemmeno possibile compete perché pur avendo dei grandi talenti non possono tenere le ruote dei colleghi dopati, senza aiuti di medicine. Resistito nelle prime tappe, i miei ragazzi arriverebbero tutti fuori tempo massimo. Quale spettacolo si darebbe ed allo stesso tempo quale prova vivente rappresenteremmo dell’esistenza del doping, se arrivassimo sempre fuori tempo massimo? Allora è meglio lasciarci fuori per non dare troppo scandalo, fare solo business e bloccare solo gli atleti e le squadre che di volta in volta fanno più comodo ai vertici del potere. Oltre dieci anni di lotte, miliardi spesi per i controlli, e casi scoppiati nel mondo non sono serviti a niente (a parte il maggior numero di controlli antidoping) se guardiamo ciò che succede ancora oggi e che medie sovrumane sono state tenute anche nel tour appena concluso. Forse ha ragione il presidente della Liquigas Paolo Dal Lago, a seguito dell’ultimo caso scoppiato in seno al proprio team, quando sostiene che è impossibile eliminare il doping dal ciclismo, fintanto che lavoreranno nell’ambiente le persone che sono presenti da oltre vent’anni. La strada della radiazione immediata per i corridori colti in casi di doping, nonostante la chieda da anni, probabilmente non è realizzabile perché potrebbe essere una norma incostituzionale ma certamente vanno aumentate almeno a 4 anni di squalifica in una prima volta e 6 anni o più, le squalifiche per coloro che sono recidivi o che peggio non confessano e non collaborano con la giustizia. Al contrario vanno aiutati e poco puniti quelli che si pentono e confessano. Se riusciamo a fare questo sarebbe già un bel passo avanti per un futuro migliore.
Non dobbiamo più permettere a nessuno di farci prendere in giro come ha fatto Ivan Basso che non ha mai voluto dire la verità. Non dobbiamo aver paura di fare nomi, nessuno deve più stare nell’omertà che siano corridori, squadre, Presidenti, direttori sportivi, manager, ecc.
Da ora in poi in ogni caso che scoppierà devono pagare tutti i personaggi coinvolti. Inoltre invito tutte le istituzioni con a capo la Wada a lavorare per far inserire la molecola spia in tutti i prodotti proibiti, come è successo per il caso Riccò. E’ comunque vero che la molecola spia è un rimedio solo momentaneo perché arriveranno presto i farmaci di contrabbando senza il tracciante. Aggiungiamo che solo in Italia tra prof., dilettanti e cicloamatori di tutti gli sport, esistono oltre 600 mila persone che muovono un giro d’affari di medicinali dopanti, pari a 2.500 miliardi di euro. La sola epo distribuita di contrabbando ha fruttato solo lo scorso anno 250 milioni di euro alle organizzazioni criminali che la vendono. Per non parlare dei danni a cuore e cervello che provocano
Apriamo definitivamente le porte ai Nas, uno delle poche istituzioni che ha contribuito in modo concreto alla lotta al doping. Prendiamo ad esempio il Tour e non il Giro di quest’anno dove i controlli si sono dimostrati poco efficaci ed è stato fatto di tutto per non far arrivare i Nas. Anche ultimamente con l’arrivo del Tour a Cuneo, sono stati fatti una cinquantina di controlli mirati sangue-urina ad opera del Coni e dei Nas e se i controlli avranno funzionato ne vedremo ancora delle belle. Ora che il tour è finito, spero che nei prossimi giorni verranno diffusi nomi di altri atleti risultati positivi ai controlli perché altrimenti vorrebbe dire che non sono state fatte le cose per bene. Dopo Riccò al Tour per evitare uno scandalo troppo grosso che avrebbe completamente distrutto la corsa con relativi danni incalcolabili, si sono fermati al kazako Fofonov della Credit Agricole, 19° in classifica finale e quindi solo il quarto caso di doping scoperto nella diciottesima tappa. Come è possibile che su 500 controlli effettuati al tour solo 4 sono risultati positivi? E soprattutto, che fine ha fatto Piepoli? Se è vero che ha ammesso di aver assunto le stesse sostanze di Riccò perché anche lui non è risultato positivo? Questo è grave e soprattutto mi fa pensare che anche al Tour si vuole “beccare” solo alcuni piuttosto che altri. Forse di positivi ce n’erano troppi, quindi si è preferito temporeggiare invece che alimentare lo scandalo, altrimenti non si spiega la partecipazione al “tour della svolta antidoping” del dominatore delle crono, Schumacher che non doveva essere nemmeno al via per fatti di doping precedenti, di Valverde e dello stesso vincitore Sastre, questi ultimi due tra l’altro implicati fino al collo nell’Operation Puerto.
Non si può sentir dire a Sastre dopo aver vinto che il suo primo mentore è stato Manolo Saiz, principale artefice del doping in Spagna. Allora dico: complimenti Sastre perché l’antidoping è ancora sulle tracce di Saiz e per questo non ti hanno ancora beccato! E poi tu sostieni che Saiz ha fatto ciclismo anticipando gli altri 10 anni per organizzazione di grandi squadre. Secondo me era avanti 10 anni anche per il tipo di medicine dopanti che somministrava ai suoi corridori e che quindi non si trovano a nessun controllo antidoping.
Così i vincitori delle ultime due edizioni del Tour, Contador e Sastre, guarda caso sono ex pupilli di Saiz. E allora cara Francia, che hai sbandierato ai 4 venti di voler fare tanto contro il doping, ti sei fatta prendere in giro dal vincitore del Tour e dal suo manager Bijarne Rijs che sta prendendo in giro tutti dal 1996 (e forse anche da prima) sia quando era corridore, con la confessione postuma e quindi quando non serviva a molto, che adesso da manager.
Comunque un plauso va dato agli sponsor che lasciano questo ciclismo malato, come la Saunier Duval e la Barloworld come hanno fatto altri in passato, senza però ottenere risultato, visto che a tutt’oggi quello che succede ed ancora dovrà succedere per molti gravissimi fatti ancora in corso è giusto pagare tutti duramente perché tutto il nostro ambiente è colpevole compreso giornalisti, tv, ecc. Tutti dobbiamo cambiare subito, ognuno nelle sue vesti altrimenti presto ma molto presto ci dovremo fermare.
Sul settimanale OGGI da un giornalista che non si occupa di ciclismo, dopo un intervista che mi ha richiesto, sono stato definito il nemico degli imbroglioni e per questo mi hanno martellato di telefonate facendomi i complimenti. Sono contento di questo anche se sto pagando a caro prezzo per le mie posizioni perché purtroppo i fatti mi danno sempre ragione. Tra l’altro, nell’intervista viene ritirata in ballo la storia di Bertolini e Bertagnoli vestiti di nero. Dopo la pubblicazione dei loro nomi, seppi di altri, come l’ex campione italiano Gasparotto e di Leonardo Moser, nipote di Francesco. Attendevo una chiamata da qualche procura per fare le mie denunce in maniera appropriata e non a mezzo stampa, tuttavia ad oggi nessuno si ancora  incaricato di indagare a fondo su questa grave vicenda (forse non c’è il tempo di farlo per troppe cause già in corso), ma io mi sento in dovere di citarla nuovamente affinché venga fatta chiarezza, appena possibile. L’ho fatto perché non è possibile che dopo tutto quello che è successo negli ultimi anni si arrivi addirittura a mascherarsi per non farsi riconoscere quando si va da medici radiati come Ferrari, principali artefici della disfatta di questo sport con le loro preparazioni ed i loro veleni.
Sono deluso anche per Paolo Dal Lago della Liquigas e Gianni Savio della Diquigiovanni che a suo tempo minacciarono di denunciarmi per queste accuse ma poi non hanno fatto niente in questo senso, chiudendo gli occhi sui propri atleti. Proprio Dal Lago era uscito dal ciclismo anni fa per problemi legati al doping della sua squadra, poi rientrato con buoni propositi ed oggi si ritrova peggio di prima con Beltran, tanto per citare l’esempio più recente ed ha già ingaggiato uno come Basso, ancora oggi pronto a negare di aver fatto uso del doping. Pènsino a cacciare questi corridori se non confessano, invece di collaborare insieme a tutto l’ambiente a boicottare la mia squadra per le mie posizioni antidoping, appena c’è l’occasione.
Concludo con una provocazione che ha il sapore dell’esasperazione che l’ambiente ha raggiunto:
Se prossimamente salteranno fuori ancora altri scandali, se alle tante parole non faranno seguito i fatti, se continuerà l’ipocrisia di tutti, nel farsi paladini della correttezza, dell’innocenza, ma poi tutto continua come prima, allora la guerra sarà definitivamente persa.
La svolta a quel punto sarà la liberalizzazione del doping, la creazione di un mondo sportivo con prestazioni falsate ma senza i sotterfugi e i giri di miliardi fuori controllo.
In America questo modo di fare sport esiste già e certamente non è un valore da insegnare ai propri figli. I giovani però possono essere messi di fronte ad una scelta: imboccare la strada di un mondo falso e ricco di artifici messi in atto solo in nome delle prestazioni a tutti costi e dello spettacolo agonistico e del business che alla lunga però porta all’autodistruzione fisica, mentale o scegliere di vivere lo sport in modo pulito, riscoprendo la vera passione per un attività che non ha niente a che vedere con il denaro. Ciò che si fa per arricchirsi, per ottenere fama e successo attraverso le prestazioni agonistiche, inesorabilmente finisce per allontanarsi dai principi fondanti dello sport.
Quindi sarebbe perfino corretto cambiare il nome a tutte le discipline fisico-atletiche che comportino un guadagno economico.
Ho dedicato tutta la vita al ciclismo ed alla guerra al doping gli ultimi dieci anni. Se questa sarà la fine dello sport io sceglierò di chiudere per sempre la squadra di professionisti e dedicarmi a tempo pieno ai giovanissimi a partire dai 6 anni. Insegnerò loro i veri valori dello sport con la S maiuscola, li porterò a crescere nella correttezza finché dovranno fare anche loro le proprie scelte. Mio figlio Cristian ha lasciato il ciclismo a 26 anni per evitare di avvelenarsi con il doping ed ora rimane viva in me la speranza di vedere mio nipote Andrea di 15 mesi, un futuro campione ma solo in uno sport pulito.

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