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FANINI: Al campionato italiano siamo arrivati al massimo della vergogna.

Non voglio essere l’uomo delle polemiche ma ancora una volta le circostanze mi ci hanno costretto.
Alla vigilia del campionato italiano professionisti intorno alle 17,30 mi arriva la comunicazione tramite il mio ds. Maurigio Giorgini che il nostro corridore, Fausto Fognini, non può correre. E questo addirittura al momento della consegna dei numeri di gara. La motivazione ? Il corridore dell’Amore & Vita Conad non è a posto con la cartella clinica nei confronti del CCP.
Stessa cosa per un'altra decina di corridori che insieme a Fognini avevano già preso la strada del ritorno a casa. Già questa cosa è un assurdità perché quantomeno la CCP o la FCI dovevano avvertire con un po’ più di anticipo tutte le squadre.
Sbalordito per questa assurda situazione, mi sono messo al telefono per capire cossa stesse succedendo. Proprio a me, che sono il promotore della linea dura contro il doping non poteva succedere che un corridore fosse fermato perché non a posto con la cartella clinica e quindi, di fatto, come fosse in sospetto di doping.
Così dopo tre ore di telefonate con cui ho smosso il mondo, sono arrivato a parlare con il presidente di Giuria, Antonio Pagliara, che ha subito espresso parole di apprezzamento per il mio lavoro contro il doping, per pretendere una motivazione scritta di tale esclusione in quanto il nostro medico mi ha confermato che il corridore è in perfetta regola sul piano della cartella clinica.
Così ho scoperto che l’esclusione non era per la cartella clinica ma per una delibera emanata appena 15 giorni fa dalla FCI e quindi dal presidente Di Rocco, che impone l’esclusione dal Campionato italiano di quei corridori che non hanno l’abilitazione al professionismo rilasciata dalla FCI. A quel punto ho dimostrato al presidente Pagliara che Fognini aveva già corso tra i prof. nel 2009 con l’Amica Chips, team poi fallito prima della fine del 2009 e che aveva conquistato nelle stagioni 2007/08 i punti richiesti a quel tempo dalla FCI per il passaggio tra i pro. Che poi, per ottenere il punteggio minimo richiesto nel ciclismo attuale, fa temere che gli atleti, pur di passare tra i pro, ricorrano a metodi non leciti.
E così dopo ore di discussioni telefoniche tra me, il presidente ed i dirigenti del CCP presenti alla gara, alle 21,30 il presidente ha ufficialmente ammesso il mio corridore a partecipare al Campionato Italiano.
Fognini, che nel frattempo era già tornato a casa, si è subito rimesso in macchina ed alle due di notte ha raggiunto l’albergo dell’organizzazione, dopo aver percorso per niente 800 km in poche ore.
Ma la cosa che mi amareggia di più è che, tutta questa storia è stata messa su da Di Rocco e Lavarda con il solo scopo di danneggiare me e per il futuro il mio corridore neoprof Eugenio Bani che non ha certamente l’abilitazione al professionismo, provenendo dagli juniores.
Prova ne è il fatto che, decaduti tutti i pretesti per far fuori un mio corridore, erano comunque fuori altri 10 corridori. Ed allora senza alcun motivo, la delibera creata 15 giorni fa non è stata più applicata e così anche gli altri 10 corridori, che non avevano sicuramente l’abilitazione al professionismo o le cartelle cliniche a posto o non aggiornate, hanno potuto comunque prendere il via.
Allora dico: come possono stare nel ciclismo persone come Di Rocco e Lavarda che fanno tutto meno che il proprio dovere, a cominciare dal 1996, anno in cui fecero la soffiata dal CONI che fece saltare il blitz dei nas a Brindisi durante il Giro d’Italia.
E così, oltre a tentare in tutti i modi di danneggiarmi gratuitamente, non hanno ad esempio punito la squadra di Bruno Leali, che è stata spedita a casa dagli organizzatori del Giro Bio perché gli sono stati trovati medicinali dopanti nel ritiro della squadra e perfino nelle sue borse. Mi dispiace dirlo perché Leali in fondo è una brava e simpatica persona ma con tutti gli scandali che sono successi negli ultimi anni ed i morti sospetti, non si può lavorare in questo modo con i giovani, è un comportamento deplorevole e da condannare senza appello. Leali che ha conosciuto benissimo il sistema doping degli ultimi 30 anni, ha corso con numerosi ex colleghi che oggi non ci sono più perché morti in circostanze sospette.
E per giunta questa storia dimostra ancora una volta che i controlli antidoping non funzionano perché i medicinali non sono stati trovati nel sangue e nelle urine ma nelle borse e nei cassetti, quindi vuol dire che vengono usati ma non trovati ai controlli.
Leali, prima di essere beccato in fallo con un suo atleta, aveva la maglia di leader del Giro Bio e due corridori nei primi dieci ieri al campionato italiano under 23. Tutti risultati falsi.
E non c’è niente di buono da aspettarsi nemmeno da questo campionato italiano, dove magari vincerà uno come Riccò che si è trovato spesso coinvolto in fatti di doping e forse, come i ragazzi di Leali, oggi usa prodotti introvabili e quindi risulta tutto regolare.
Come è inesistente per l’UCI e la FCI, l’uso in gara delle bici a motore e poi invece lavorano per danneggiare ingiustamente ragazzi che fanno sacrifici e che hanno sempre fatto il loro dovere solo per ripicca verso di me che da anni dò fastidio per le mie posizioni.
Questo ennesimo caso ha dato dimostrazione della “qualità” dei dirigenti nel ciclismo, tutti influenzati da quanto dice Di Rocco e Lavarda che non troveranno mai il sistema di cambiare niente di questo sport.
Se avessero un po’ di coscienza e buonsenso, Di Rocco e Lavarda dovrebbero immediatamente lasciare le loro cariche.

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